Woman no welfare

Woman no welfare

nonfartiscippareilfuturoQuando nel 2009 è stato deliberato di portare a 65 anni l’età per accedere alla pensione di vecchiaia delle lavoratrici del settore pubblico, si era stabilito che i risparmi così ottenuti non si sarebbero trasformati in una generica riduzione della spesa pubblica ma sarebbero stati destinati «ad interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici” (art. 22-ter, comma 3, d.l. 78/2009). I risparmi dovevano contribuire ad alimentare il Fondo strategico per il paese a sostegno dell’economia reale, presso la presidenza del consiglio dei ministri. Metterli in questo fondo definito “strategico” poteva apparire come un riconoscimento che la conciliazione tra lavoro e vita famigliare è una tappa obbligata per lo sviluppo del nostro paese. In realtà ha voluto dire che ai servizi sociali sostitutivi del lavoro di cura non è andato nemmeno un euro, perché il Fondo nel 2010 e 2011 è stato impiegato per altre finalità. Come spesso accade nel nostro paese, quando si parla di tenere conto di problemi sociali che incidono pesantemente sulla vita delle donne, ci si accorge che “le priorità sono altre”.
Si poteva sperare che si trattasse solo di un rinvio, ma con il provvedimento del 30 giugno – “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” – il governo ha ucciso anche la speranza, decidendo che il Fondo strategico sia decurtato anno dopo anno esattamente della somma che l’innalzamento dell’età pensionabile farà risparmiare (attuale art. 13, salvo modifiche). Quindi queste somme sono andate a diminuire il deficit pubblico e sono perse per sempre per quegli scopi di assistenza alla non autosufficienza e di aiuto al lavoro di cura a cui erano state destinate originariamente.
Le promesse che questo governo non ha mantenuto sono talmente tante che non varrebbe nemmeno la pena soffermarsi su una in più. Ma dobbiamo parlarne per almeno tre motivi:
a) perché il modo è talmente sfacciato – davanti a una mobilitazione crescente su questo punto di molte organizzazioni di donne – che sa quasi di provocazione;
b) perché sembra che l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile anche per le lavoratrici del settore privato entrerà a regime solo tra vent’anni, nel 2032, ma non è da escludere che non si proponga di anticiparne l’attuazione, in una situazione di difficoltà per le finanze pubbliche. Dato il precedente, come facciamo a credere che le risorse così liberate andranno spese per lo sviluppo e per un welfare più equo e non per il mantenimento di privilegi e ruberie? (si veda il rinvio alla prossima legislatura della riduzione dei costi della politica e il mantenimento delle “auto blu” per ancora un bel po’ di tempo);
c) perché la misura si accompagna a molte altre che fanno ricadere sulle donne e sugli strati più deboli della popolazione il peso di un aggiustamento dei conti pubblici che salva gli interessi delle classi più abbienti.
Ma di quanti soldi stiamo parlando? E stato calcolato che l’innalzamento dell’età pensionabile nel settore pubblico renderà disponibili circa 3.346 milioni di euro dal 2012 al 2019 e 242 milioni l’anno dal 2020 in poi.
Pensiamo all’utilizzo che si sarebbe potuto fare di questi fondi, ipotizzando nei prossimi 8 anni una somma annuale di 242 milioni per la spesa corrente e 1400 milioni per le infrastrutture (strutture per anziani, ammodernamento delle scuole, etc.). L’esercizio, ahimé , è ormai solamente teorico, ma i calcoli, per quanto con un elevato grado di approssimazione, ci danno un’idea di cosa abbiamo perduto:
a) sarebbe stato possibile assumere 8000 giovani docenti in più ogni anno per la scuola di infanzia e elementare. Questo vorrebbe dire posti di lavoro per giovani laureate/i, classi meno affollate e, soprattutto, il tempo pieno per migliaia di bambini in più. Gli orari ridotti delle scuole – in termini di ore giornaliere e di durata delle vacanze estive – stanno spingendo molti genitori che lavorano verso gli istituti privati, con un aggravio non indifferente per le finanze famigliari. Serve una migliore scuola pubblica a tempo pieno e campi gioco per le vacanze (è uno dei punti del Libro bianco di SorElle d’Italia) .
b) alternativamente i fondi avrebbero potuto essere usati per offrire adeguate prestazioni domiciliari tutto l’anno a 45.000 anziani o persone non autosufficienti che necessitano di assistenza a bassa/media intensità1 . Anche in questo caso, si sarebbero creati posti di lavoro, oltre ad alleviare il lavoro dei famigliari, che a volte è estremamente gravoso. Attualmente solo il 27,6 per cento delle famiglie con ultraottantenni con limitazioni gravi riceve un sostegno pubblico; il 38,5 delle famiglie nelle stesse condizioni non riceve alcun aiuto né dal pubblico né dal privato né dalla rete informale di aiuto2;
c) alternativamente i fondi avrebbero potuto costituire la base per introdurre un congedo obbligatorio riservato ai padri, non trasferibile alle madri, remunerato al cento per cento, di 2 settimane nei primi 6 mesi dopo il parto (avrebbero coperto circa la metà del fabbisogno).

L’elenco potrebbe continuare. Ma la realtà è che i risparmi realizzati sono spariti nel gran calderone della diminuzione della spesa pubblica.
Non siamo insensibili ai problemi della riduzione del debito; la spesa per interessi si mangia una grossa fetta delle risorse del paese. Ma non pensiamo che la soluzione sia sacrificare il contributo alla sviluppo che le competenze e le capacità delle donne possono offrire. Se ci fosse l’obbligo di fare un bilancio di genere dei provvedimenti presi giorni fa dal governo, vedremmo che l’impatto sulle donne, sul loro lavoro per il mercato e non, è considerevole: non solo lo “scippo” delle risorse al Fondo strategico, ma anche ulteriore blocco delle assunzioni e delle retribuzioni nel pubblico impiego, ancora tagli nei trasferimenti agli enti locali che sono i principali fornitori dei servizi sostitutivi del lavoro di cura, riduzione della quantità e qualità del sostegno agli alunni disabili. Il bilancio di genere continua ad essere ignorato dalle amministrazioni pubbliche, quasi fosse un lusso per i tempi prosperi, mentre mai è così utile come in questi tempi di tagli alla spesa.
1 Ministero della Salute, Commissione nazionale per la definizione e l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, Nuova caratterizzazione dell’assistenza territoriale domiciliare e degli interventi ospedalieri a domicilio
2 ISTAT 2011, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010
Fonte: www.ingenere.it

avatar-mamma-lavoroMamma & Lavoro continua a sostenere il movimento “Se non ora, quando” e la manifestazione tenuta a Siena il 9-10 Luglio. Tale mobilitazione è stata indetta dal Comitato “Pari o Dispare”, insieme ad altre 120 associazioni per parlare del futuro dell’Italia e del ruolo che le donne avranno nei prossimi anni.
Al di la di ogni corrente politica Mamma&Lavoro condivide la mobilizzazione delle donne (e degli uomini) a favore dell’equità e delle tutele delle lavoratrici nella nostra società.

donne-amoreNomina Giudice costituzionale: Comitato Donne Milanesi invita Giorgio Napolitano alla scelta di una donna.
Il Comitato Donne Milanesi, dal 13 febbraio in rete con Se non ora quando, ha scritto al Presidente della Repubblica affinché venga superato lo squilibrio di genere all’interno della Corte Costituzionale, che ha visto avvicendarsi negli anni al ruolo di giudice soltanto due donne.
L’invito che il Comitato rivolge a Giorgio Napolitano è di nominare una donna di altissimo profilo istituzionale, nell’auspicio che il riequilibrio di genere diventi nel futuro un criterio imprescindibile nella scelta dei giudici.

“Da anni, in qualità di professioniste di studiose, di appartenenti al mondo dei sindacati, dell’economia o di associazioni attive nella promozione delle pari opportunità tra donne e uomini, ci impegniamo affinché l’Italia possa superare la condizione di ritardo in cui si trova nell’attuazione della parità di genere, condizione talmente grave da rendere incompiuta la nostra democrazia.
Siamo infatti fermamente convinte che lo squilibrio di genere esistente, in una situazione che vede le donne quasi totalmente escluse dalle posizioni apicali delle carriere, dalla conduzione di imprese, dalla rappresentanza politica e in generale dalle Istituzioni, costituisca un forte deficit di democraticità del sistema.
Come da Lei sottolineato, anche in occasione della recente celebrazione della Giornata internazionale della Donna, siamo in presenza di una anomalia che non costituisce solo un problema riguardante le donne, ma che è causa comune che coinvolge chiunque assuma propri i valori democratici.
In una delle più importanti di queste Istituzioni, la Corte Costituzionale, la situazione di squilibrio descritta si presenta poi particolarmente preoccupante. Dal momento della sua istituzione, infatti, si sono avvicendate al ruolo di Giudice solo due donne.
Ci rivolgiamo a Lei, Presidente, consapevoli che la Sua sensibilità in tema La guiderà anche in occasione della importante e delicata decisione in ordine alla nomina del nuovo Giudice costituzionale.
Siamo consapevoli che la realizzazione di una democrazia paritaria presupporrebbe un riequilibrio di genere che non potrebbe comunque venire soddisfatto dalla presenza di una sola donna in un collegio composto da quindici Giudici.
Per questo – conclude il Comitato – Le rivolgiamo l’invito non solo a nominare una donna, individuandola tra personalità di altissimo profilo che abbiano mostrato attenzione al tema della parità e dei diritti delle donne, ma anche a far sì che l’obiettivo del riequilibrio di genere diventi un criterio per l’individuazione dei Giudici che dovrà anche in futuro nominare nell’esercizio delle Sue attribuzioni”.
PER INFORMAZIONI
stampa@senonoraquando.ue
dinuovomilano@gmail.com

(ASCA) – Siena, 9 lug – Oltre 2 mila persone hanno partecipato oggi, sul Prato di Sant’Agostino a Siena, alla prima della due giorni di ‘Se non ora quando’?’.

L’evento, si legge in una nota, ha riunito oltre 70 comitati nazionali e 40 associazioni che sostengono il movimento nato durante la manifestazione del 13 febbraio scorso a Roma.

”E’ con grande piacere – ha detto Franco Ceccuzzi, sindaco di Siena – che oggi do il benvenuto a tutte le partecipanti.

La nostra e’ da sempre una citta’ dell’accoglienza, del confronto, dell’apertura alle idee”.

La mattinata di confronto e’ proseguita con Francesca Izzo, docente dell’Universita’ di Napoli L’Orientale e Cinzia Guido, consulente di comunicazione che hanno fatto un bilancio della manifestazione del 13 febbraio scorso. A seguire gli interventi di Francesca Comencini, regista e scrittrice e Fabrizia Giuliani, docente dell’Universita’ di Roma La Sapienza hanno illustrato la relazione ‘Corpo, maternita’, lavoro e rappresentazione’. ”Il 13 febbraio – hanno detto dal palco le due – e’ stata un’esperienza fisica prima che verbale. Questa centralita’ del corpo, riecheggiava, amplificata, nelle decine di migliaia di mail che arrivavano al nostro blog. In ognuna di esse donne di ogni eta’ e condizione raccontavano come la dignita’ offesa non fosse certo una questione di morale e decoro, ma piuttosto il sigillo che sanciva il loro non essere riconosciute pienamente cittadine di questo paese. Se dunque sono i nostri corpi, la nostra liberta’, ad essere allontanati dalla sfera pubblica, occorre ripartire da qui per ribaltare il quadro: dalla consapevolezza che due temi spesso tenuti distinti nelle riflessioni politiche tradizionali, da una parte l’aspetto culturale, dall’altra quello economico sociale, siano in realta’ due aspetti della stessa questione”.

I lavori sono proseguiti nel pomeriggio con uno spazio dedicato ai comitati locali e ai brevi interventi, fra gli altri, di Susanna Camusso, segretario generale Cgil; Flavia Perina e Giulia Bongiorno, parlamentari di Futuro e Liberta’; Silvia Costa, parlamentare europea; Rosy Bindi e Livia Turco, presidente e parlamentare del Partito Democratico; Marisa Nicchi, della presidenza di Sel.

Tutte le partecipanti, accompagnate da una banda musicale, hanno, poi, raggiunto Piazza del Campo per un Flash Mob e la festa finale.

afe/mar/rob

avatar-mamma-lavoroMamma & Lavoro continua a sostenere la manifestazione “Se non ora, quando” che si terrà a Siena il prossimo fine settimana. (9-10 Luglio) Tale manifestazione è indetta dal Comitato “Pari o Dispare”, insieme ad altre 120 associazioni per parlare del futuro dell’Italia e del ruolo che le donne avranno nei prossimi anni.
Al di la di ogni corrente politica Mamma&Lavoro condivide la mobilizzazione delle donne (e degli uomini) a favore dell’equità e delle tutele delle lavoratrici nella nostra società.

COMUNICATO STAMPA

Centinaia di donne riunite, in rappresentanza degli oltre 120 comitati locali scaturiti dalla mobilitazione nazionale del 13 febbraio per parlare del futuro dell’Italia e del ruolo che le donne avranno. È lo scopo dell’incontro nazionale organizzato dal comitato nazionale SE NON ORA QUANDO a Siena il 9 e 10 luglio.

I dati disponibili al momento danno adesioni da tutte le aree del Paese, da Ragusa a Bassano del Grappa, da Salerno a Sassari, passando naturalmente per le città più grandi: 730 partecipanti registrati fino a questo momento. L’incontro si svolgerà in due giorni con la formula della piattaforma aperta: uomini e donne che si sono riconosciuti nella mobilitazione trasversale e apartitica del 13 febbraio potranno prendere la parola per scrivere, insieme, l’agenda delle richieste femminili per l’Italia di domani.

I temi intorno a cui si svilupperà l’appuntamento sono corpo, maternità, lavoro e rappresentazione. I lavori si apriranno con gli interventi di Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’ISTAT e di Tindara Addabbo, economista. Poi le promotrici del comitato Se Non Ora Quando si alterneranno per moderare i vari incontri. Per chi non sarà a Siena, sarà possibile seguire l’evento sul web con una diretta streaming radio e tv, tramite il blog di Se non ora quando (60mila accessi a giugno), la pagina Facebook Se Non Ora Quando (5mila amici e 45.829 contatti a giugno) e l’account twitter @comitato13febbraio2011.

Sul blog da oggi le indicazioni su come contribuire alla raccolta fondi per finanziare l’evento.

Per informazioni:
stampa@senonoraquando.eu
Info@cafieroepartners.it
info@robespierreonline.it

avatar-mamma-lavoroMamma & Lavoro vuole riproporvi dal Blog di “Se non ora quando” tre simpatici spot immaginati in un mondo futuro dove donne e uomini lavorano fianco a fianco. Ci sono piaciuti molto e ve li riproponiamo volentieri.

UN PAESE PER DONNE

Abbiamo provato a immaginare come sarebbe vivere in un Paese dove donne e uomini lavorano fianco a fianco, comunicano liberamente, senza stereotipi o ruoli rigidi, e si sostengono a vicenda senza doversi difendere l’uno dall’altra. Un Paese dove sia nell’incontro che nel possibile conflitto prevalga il rispetto reciproco.
E se domani? racconta le storie di un mondo un po’ fantasioso, diverso, pensato con l’ironia e la consapevolezza di chi non cerca di definire il futuro, ma vuole costruirlo insieme, con tutte e tutti.

Se non ora, quando?

avatar-mamma-lavoroMamma & Lavoro continua a seguire la vicenda sul NON utilizzo dei 4 Miliardi di Euro, previsti dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego, destinati a “interventi dedicati a politiche sociali e familiari, con particolare attenzione alla non autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici” (decreto legge n. 78 del 2010)
Il Governo, contrariamente a quanto previsto, dei 120 milioni del 2010 e 242 del 2011, intende utilizzare solo 40 milioni di Euro per le politiche sociali, impiegando le quote rimanenti per ripianare buchi di bilancio nella Sanità e dei Comuni.
Al di la di ogni corrente politica Mamma&Lavoro sostiene la mobilizzazione delle donne (e degli uomini) a favore dell’equità e delle tutele delle lavoratrici nella nostra società

se-non-ora-quando-2SE NON ORA QUANDO UN PAESE PER DONNE?

Il 13 febbraio abbiamo riempito le piazze per difendere la nostra dignità di donne e riscattare l’immagine del Paese.
La mobilitazione ha contribuito a portare tante donne al governo delle città e a risvegliare uno straordinario spirito civico.
Ma sono solo primi segnali.
La fotografia dell’ultimo rapporto ISTAT ci conferma che l’immagine deformata delle donne, così presente nei media e nella pubblicità, è solo l’altra faccia della diffusa resistenza a fare spazio alla libertà femminile.
I dati ci dicono che le donne italiane studiano, si professionalizzano, raggiungono livelli di eccellenza in molti campi. Ma sono donne, vogliono esserlo, e questo basta, nel nostro Paese, perché non entrino nel mercato del lavoro (il 50% è senza occupazione) o perdano il lavoro, spesso precario, se scelgono di diventare madri.
Sembrava fino a ieri che dovessimo aver solo un po’ più di pazienza, che la società italiana, forse più lentamente di altre, avrebbe accolto la libertà femminile.
Ma così non è. Occorre prenderne atto.
Vogliamo difendere noi stesse, il nostro presente e il nostro futuro perché una cosa è chiara: un Paese che deprime le donne è vecchio, senza vita, senza speranza.
Mettiamo a punto le nostre idee. Rilanciamo, forti delle nostre diversità, un grande movimento. Stringiamo un patto per rendere le nostre voci più forti e autorevoli.

 


il 9 e 10 luglio, a Siena
Santa Maria della Scala
L’incontro è aperto anche agli uomini

Le associazioni femminili sono in guerra. I 4 quattro miliardi di euro di risparmio per l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego saranno usati dal Governo nel 2011 per ripianare buchi di bilancio nella Sanità e dei Comuni. Nulla alle donne, come promesso dal Governo con il decreto legge n. 78 del 2010, che diceva di destinare tali fondi a “interventi dedicati a politiche sociali e familiari, con particolare attenzione alla non autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici”
Il Governo, contrariamente a quanto previsto, dei 120 milioni del 2010 e 242 del 2011, intende utilizzare solo 40 milioni di Euro per le politiche sociali, impiegando le quote rimanenti per ripianare buchi di bilancio nella Sanità e dei Comuni. In questo video Cristina Molinari, presidente dell’associazione Pari o Dispare racconta come i quattro miliardi che il Governo aveva inizialmente destinato a servizi per le donne (di conciliazione e autosufficienza) siano in grave pericolo. Non c’è, infatti, più traccia nei documenti di programmazione economica dell’esecutivo.

NOTIZIE LAVORO

NOTIZIE LAVORO

stacks_image_3336IL Rapporto ISTAT 2011 è sconfortante:

La situazione delle donne italiane è singolare e, rappresenta un unicum nel panorama europeo. Perché da un lato il mercato del lavoro le sottovaluta e le espelle appena può, dall’altro però si fanno carico di un welfare sempre più assente che poggia quasi esclusivamente sulle loro spalle. Nel 2010 è peggiorata la qualità del lavoro femminile e scesa di 170.000 unità l’occupazione qualificata, mentre è aumentata di 108.000 unità quella non qualificata – in pratica sono uscite dal mercato del lavoro donne istruite con un buon lavoro, sono entrate badanti e impiegate nei servizi di pulizia straniere ma anche italiane. Il part-time femminile è cresciuto di 104.000 unità, ma si tratta interamente di part-time involontario. In generale, il tasso di occupazione femminile nel 2010 si è attestato al 46,1%, 12 punti percentuali in meno rispetto a quello europeo. Se si guarda al Sud però è ancora peggio: infatti nel Mezzogiorno solo 3 donne su 10 sono occupate, contro le 6 su 10 del Nord.

Disparità salariale e sottoinquadramento. Il 23% delle occupate ha un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta (tra gli uomini la percentuale è del 31%). Nel 2010 si è anche aggravata la “disparità salariale di genere”: la retribuzione netta mensile delle lavoratrici dipendenti è in media di 1077 euro contro i 1377 dei colleghi uomini, il 20% in meno.

Le dimissioni in bianco: 800.000 senza lavoro dopo la nascita di un figlio. La triste pratica delle “dimissioni in bianco” per le donne che diventano madri non è mai tramontata, anzi. Sono circa 800.000 (pari all’8,7% delle donne che lavorano o che hanno lavorato) “le madri che hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere, nel corso della vita lavorativa, a causa di una gravidanza. Solo quattro madri su dieci tra quelle costrette a lasciare il lavoro ha poi ripreso l’attività, ma con valori diversi nel Paese: una su due al Nord e soltanto poco più di una su cinque nel Mezzogiorno.

Il sovraccarico di lavoro familiare. Se fuori casa lavora poco, in casa la donna lavora moltissimo: sulle donne pesa il 76,2% del lavoro familiare delle coppie, da quello domestico a quello di cura. La disparità dei tempi di lavoro cresce con l’età: per le occupate tra i 45 e i 64 anni c’è un surplus di 1 ora e 33 minuti in più di lavoro rispetto al proprio partner. Sulle donne si regge anche la rete di aiuto e cura informale. Sono le donne infatti a svolgere i due terzi del totale delle ore svolte, ben 2,1 miliardi l’anno. Se tuttavia sono aumentati gli aiuti gratuiti fra persone che non coabitano (care giver): (erano il 20,8% nel 1983, sono stati il 26,8% nel 2009),
diminuiscono le famiglie aiutate (dal 23,2% al 16,9%), soprattutto quelle con anziani (dal 28,9% al 16,7%). Sono invece in aumento gli aiuti economici erogati dai care giver, il 19,9% contro il 15% del 1998. Questi aiuti hanno raggiunto il 20,6% delle famiglie (18,9%); i destinatari sono soprattutto famiglie con persona di riferimento disoccupata (67,1%) e quelle con madre sola casalinga (42,7%). Anche se sono il fulcro degli aiuti informali, le donne hanno diminuito il tempo dedicato a questa attività (da 37,3 ore al mese nel 1998 a 31,1 nel 2009) perché hanno sempre meno tempo a disposizione; in calo anche il tempo degli uomini (da 26,4 a 21,5).
(Articolo originale – Repubblica)

pari-dispareIl Comitato Pari o Dispare, insieme ad altre 40 associazioni ha promosso un’appello e una racolta firme affinchè vengano mantenute le promesse fatte con l’utilizzo dei fondi raccolti per le politiche sociali rivolte specialmente alla conciliazione tra vita lavorativa e famiglia.

Appello del comitato Pari o Dispare

“QUATTRO MILIARDI (ERANO) TUTTI PER NOI: GIU’ LE MANI DAI FONDI GENERATI DALL’AUMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE DELLE DONNE”

E’ in atto un grave furto alle donne italiane, che rischia di passare inosservato.
Il Governo, con l’aumento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego (come da standard europei), si era impegnato ad utilizzare i risparmi che ne derivano – 4 miliardi circa in dieci anni – per interventi dedicati a favorire l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, per la conciliazione fra tempi di vita e tempi di lavoro e per il fondo non autosufficienza.

Quattro miliardi nei primi dieci anni e, dopo, 242 milioni di euro a regime ogni anno: sono cifre che mai le donne italiane hanno potuto anche solo sognare.

Dobbiamo difendere questo tesoro: consentirebbe alle donne italiane e a tutto il Paese di rimettersi in marcia verso gli obiettivi europei, non solo in termini di equiparazione femminile, ma anche di crescita economica. L’Italia stenta a crescere e non può quindi ignorare ciò che è universalmente riconosciuto: il miglior ricostituente per lo sviluppo è un tasso di occupazione femminile elevato.

4 miliardi in dieci anni per 4 obiettivi:

– un programma pluriennale di investimento pubblico e tracciabile dei “nostri” quattro miliardi

– più servizi per la conciliazione di tipologia diversificata

– più misure a favore dell’inclusione delle donne nel mercato del lavoro a tutti i livelli

– chiara identificazione dei rappresentanti politici e sindacali che realmente si impegnano a sostenere il programma per le donne italiane

Noi che firmiamo questo appello ci mobilitiamo per una azione politica – pubblica e visibile – contro un furto insopportabile per le cittadine di questo paese, irreparabile se dovesse giungere a compimento. Persi questi soldi, sarebbe davvero difficile continuare a parlare di misure per la conciliazione e politiche di inclusione femminile.
( Da Pari o Dispare)

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