La prosperità in Norvegia è data dalle Donne

La prosperità in Norvegia è data dalle Donne

donne-lavoro-norvegiaOSLO – “I soldi non sono il problema”, il leader sindacale mi dice brillantemente – e per un momento mi sento lontana dal debito e dal panico, l’austerità che ossessiona l’Europa.
“Le donne”, dice il leader sindacale, Mie Opjordsmoen della Confederazione norvegese del commercio, madre di due figli.”Il lavoro delle donne norvegesi è il nostro segreto, pagano le tasse e hanno bambini.”
E’ un tour in uno degli stati primi al mondo per benessere e Welfare nel quale vengono frantumati, uno ad uno, tutti i nostri preconcetti. I sindacati qui legano le loro rivendicazioni salariali alle esigenze del settore e delle esportazioni. I datori di lavoro sono favorevoli al congedo parentale per i padri. I Partiti vincono le elezioni promettendo di non tagliare le tasse.
E l’uguaglianza di genere viene trattato come un vantaggio competitivo: Per legge, il 40 per cento dei seggi parlamentari norvegesi sono riservati a donne. Due membri del Governo di sesso maschile, Knut Storberget, il ministro della giustizia, e Audun Lysbakken, il ministro delle pari opportunità (sì, questa posizione esiste), hanno recentemente usufruito di tre e quattro mesi di pausa, rispettivamente, per occuparsi dei loro figli più piccoli. Il costo di assistenza a tempo pieno di un bambino si è ridotto all’equivalente di circa due Big Mac al giorno, grazie ai sussidi statali.
Il petrolio aiuta, ovviamente. Ma alla fine, la storia di questo successo nordico non si basa solo sulle risorse naturali – Svezia, Finlandia e Danimarca, non possono solo fare affidamento sulle riserve di combustibili fossili – ma anche alle loro risorse umane estremamente redditizie.
La Norveggia combina il più alto tasso di occupazione femminile al mondo con i più alti tassi di fertilità dei paesi sviluppati – una ragione per cui ha superato la crisi con solide finanze pubbliche e con una crescita rispettabile

congedo-parentale“Una lezione norvegese,” Il primo ministro Jens Stoltenberg ha dichiarato (dal suo ufficio di dimensioni modeste) “è che se si può aumentare la partecipazione femminile,aiutando anche i tassi di natalità, economia e di bilancio”.
Molte donne norvegesi lavorano part-time e per il settore pubblico. Dirigenti e ingegneri di sesso femminile rimangono quasi rare come altrove in Occidente. Ma il 75 per cento delle donne norvegesi lavorano fuori casa, contro il 68 per cento negli Stati Uniti e il 65 per cento nell’Unione europea.
Ciò non è accaduto da sé. La Norvegia è stato il primo paese a inventare un “‘quota padri” riservando una parte crescente del congedo parentale retribuito per i padri dal 1993. Nove su 10 padri usufruiscono del congedo parentale, contro il 2 per cento circa 20 anni fa, affinché le donne possano tornare a lavorare presto.
Sempre la Norvegia è stata anche il primo paese ad imporre una quota femminile per dirigenti a circa 400 società quotate in borsa e di proprietà dello Stato, portando la percentuale di donne al 40 per cento, da circa il 7 per cento nel 2003.
In tutto, la politica familiare (che comprende il costo del dopo scuola, il lavoro dei genitori garantito per un’anno, e il supporto nel tenere i figli nel periodo di ferie scolastiche) costa al governo norvegese 2,8 per cento del prodotto interno lordo. “Queste politiche sono costose, ma il loro costo è compensato dal ritorno in termini di offerta di lavoro femminile e di entrate fiscali”, dice Danielle Venn, un economista del lavoro presso l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Anche escludendo il petrolio, il deficit di Oslo del 5,4 per cento del PIL sarebbe solo di un punto percentuale al di sotto della media UE.
Si tratta di un racconto ammonitore – e non solo per l’Europa tradizionalmente lenta nel favorire il progresso delle donne.
Altri paesi stanno passando a programmi di austerità che rischiano di danneggiare le prospettive di lavoro delle donne. In Gran Bretagna, ad esempio, le prestazioni di assistenza della maternità e del bambino sono state tagliate, così come lo sono mezzo milione di posti di lavoro nel settore pubblico, la maggior parte dei quali sono di donne.
Mentre molti scrivono il necrologio del welfare-State, quanto si può imparare dal modello nordico?
Gli scettici sostengono che tutti i paesi nordici sono piccoli e omogenei, dove la coesione sociale è alta. Ma il professor Erling Barth presso l’Istituto per la Ricerca Sociale della Oslo University dice “incentivi economici, piuttosto che le dimensioni o il temperamento della popolazione” possono spiegare questi risultati.
In effetti, un certo numero di grandi paesi hanno recentemente iniziato ad importare alcuni schemi sociali: la Germania, che con i suoi 82 milioni di abitanti è 17 volte più grande della Norvegia, ha stanziato da due a 14 mesi di congedo parentale retribuito per i papà. La quota di padri che ne hanno usufruito è salita a più del 25 per cento dal 3 per cento del 2007.
Se alcune leggi possono essere esportate, potrebbe essere più difficile da applicare il pragmatismo nordico tipico dei policy-making di questo stato

donna-managerFacendo il giro dei ministeri di Oslo, sedi anche delle società e degli uffici sindacali (in un viaggio in parte organizzato dal governo, ma a carico del International Herald Tribune), non ho mai assistito a nessuna delle dispute ideologiche ritenute ormai un segno distintivo di una istituzione ritenuta efficace. Avendo vissuto negli ultimi dieci anni a Parigi, dove i sindacati, piccoli ma bellicosi, hanno rovinato per sempre i risultati della loro lotta, ero sbalordita nel sentire la signora Opjordsmoen dirmi: “Tutti concordano sul fatto che c’è un obiettivo economico comune “.
Ogni due anni, la sua coalizione calcola le rivendicazioni salariali esaminando attentamente i costi e le richieste delle industrie Norvegesi nel campo dell’esportazione. “Abbiamo negoziato i salari per garantire l’esportazione”. Il risultato è stato che nessun altro settore fa più “, ha spiegato.
Anche i vertici sembrano non meno pragmatici. Alla Confederazione delle imprese norvegesi, l’attrarre talenti femminili è visto come un “imperativo di business.” Mr. Bernander non è un fan delle quote rosa, ma ammette che ha voluto energicamente dirigenti di sesso femminile.
Sindacati economicamente coinvolti e datori di lavoro lungimiranti sono ingredienti necessari per un 21 ° secolo di welfare-State. Ma nulla funziona senza un elettorato disposto a pagare le tasse, dichiara il primo ministro. Entrate fiscali per il 42 per cento del PIL, rispetto a una media OCSE del 35 per cento, è un bel costo.
“Molti paesi europei hanno cercato di raggiungere i livelli fiscali degli Stati Uniti e il livello di benessere della Scandinavia. Questo non è possibile “, ha dichiarato Stoltenberg.”Abbiamo vinto due elezioni promettendo di non abbassare le tasse. Elettori sanno: tagli alle tasse significa tagli al welfare “.

Di KATRIN BENNHOLD
Pubblicato il: 28 giu 2011 su New York Times
Articolo originale

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